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Infanzia Obesità e gravidanza

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Certi fattori favoriscono l'obesità in gravidanza GRAVIDANZA E DINTORNI – Una conferma e un’ipotesi di lavoro. Sono quelle che vengono da uno studio pubblicato sull’International Journal of Obesity a proposito del rapporto tra alcuni fattori perinatali, come tipo di parto o assunzione di antibiotici da parte della mamma durante la gravidanza, e rischio di obesità infantile. Partiamo dalla conferma, quella relativa al parto. I ricercatori hanno analizzato alcuni dati relativi a 436 coppie mamma-bambino, sia per questi fattori perinatali, sia per parametri di salute dei piccoli. La prima osservazione è che, a sette anni di età, il rischio di obesità appare maggiore per i bambini nati con parto cesareo. In effetti, già i risultati di altri studi andavano in questa direzione: è insomma un (piccolo) tassello in più che si aggiunge a quelli che indicano anche in alcune condizioni prenatali o perinatali le radici dell’obesità.

Il tassello in questione ha un preciso fondamento biologico. Da un lato, sono sempre più solidi i dati che suggeriscono un ruolo attivo nell’obesità da parte del microbioma intestinale, quell’affollato ecosistema di batteri che popola il nostro intestino. Dall’altro, sappiamo che le caratteristiche di questo microbioma dipendono da vari fattori, compreso il modo in cui si nasce. Se il parto avviene per taglio cesareo, infatti, viene meno il contatto del bambino con la flora batterica che popola il canale vaginale della mamma. E in effetti, il bimbo nato in questo modo avrà, in vari distretti del suo corpo, ecosistemi batterici analoghi a quello presente sulla pelle della mamma, mentre se nasce per via naturale avrà microbiomi più simili a quello vaginale materno.

Altri tasselli sulle possibili radici prenatali dell’obesità riguardano l’esposizione al fumo di sigaretta o a interferenti endocrini: sostanze, come i pesticidi, che possono alterare il funzionamento del sistema endocrino, deputato alla produzione di ormoni. O, ancora, il sovrappeso della mamma (e forse addirittura del papà) al momento del concepimento o anche prima e il peso dello stesso bimbo alla nascita. Anche il tipo di allattamento è stato associato al rischio obesità, che sembra minore se il bimbo è nutrito per almeno 4-6 mesi solo con latte di mamma.

Ma torniamo allo studio che, oltre a quella con il cesareo, suggerisce per l’obesità infantile anche una nuova associazione, questa volta con l’assunzione di antibiotici nel secondo o terzo trimestre di gravidanza. Anche in questo caso, il fondamento scientifico ha sempre a che fare con il microbioma intestinale. Poiché il feto non vive in un ambiente sterile, ma si ipotizza uno scambio continuo di batteri con la mamma, gli antibiotici presi da quest’ultima potrebbero modificare il microbioma intestinale fetale in via di formazione. E, magari, modificarlo in modo da favorire negli anni l’insorgenza di obesità. Un’ipotesi suggestiva che, al momento, non può che rimanere tale. Lo studio, infatti, ha alcune debolezze metodologiche che ne compromettono la significatività, a partire dal fatto che non si tratta di un’indagine fatta apposta per studiare gli effetti dell’esposizione prenatale agli antibiotici, ma di una nuova analisi di dati raccolti per altri scopi. E dunque parzialmente incompleti: per esempio non sappiamo esattamente quali e quanti antibiotici abbiano assunto le partecipanti, né per quali malattie.

Insomma, per il momento si tratta più di un’indicazione per nuove linee di ricerca che di un suggerimento clinico. Tradotto: le mamme in attesa non si devono allarmare se il medico prescrive un antibiotico. «Del resto, non curare un’infezione, come una polmonite o un’infezione delle vie urinarie, può avere effetti molto più gravi sulla salute di mamma e bambino e sull’andamento della gravidanza che assumere un antibiotico» sottolinea Giuseppe Bacis, medico tossicologo del Centro antiveleni dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, un Centro particolarmente impegnato sul fronte farmaci in gravidanza. «La grande maggioranza degli antibiotici può essere assunta con tranquillità anche da donne incinte. Solo alcuni, come aminoglicosidi e tetracicline sono consigliati esclusivamente in particolari condizioni e ultima linea di trattamento».

Anzi, per quanto riguarda la gravidanza, secondo Bacis il problema oggi non è tanto ridurre l’uso di antibiotici, quanto utilizzarli davvero ogni volta che serve: «Di fronte a una donna incinta, il medico tende a non prescrivere farmaci. E invece anche e soprattutto la donna incinta può e deve essere curata». Lo suggerisce anche la recente campagna “Per te e per me” del Ministero della Salute e dell’Agenzia italiana del farmaco. In caso di dubbio da parte del medico o anche di una paziente che volesse saperne di più o stare più tranquilla, basta chiamare il numero verde del Servizio informazioni sull’uso dei farmaci in gravidanza attivo proprio presso l’ospedale di Bergamo: 800 88 3300.



 
 
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