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Fisiologia Troppo Facebook intasa la memoria

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Soprattutto quella a breve.

-
2013

Serena ha cambiato la foto sul proprio profilo, Marina ha condiviso un pensiero di Calvino e Luigi ha fatto amicizia con Franco e Paola i quali hanno postato entrambi un articolo interessante condividendolo con gli amici. Paolo ha firmato una petizione online contro il bracconaggio selvaggio degli elefanti, mentre Sara commenta la foto nuova di Gianni che è in vacanza alle Seychelles con famiglia e spamma tutti dei suoi scatti felici. Povero nostro cervello, quanta roba da smaltire: la memoria a breve termine, diversamente da quella a lungo termine, ha infatti uno spazio molto limitato e ha anche dei limiti temporali. Dunque non si può sovraccaricare perché rischia di andare in tilt. L’avvertimento viene dai ricercatori svedesi che scoraggiano gli utenti dal trascorrere troppo tempo sui social consigliando loro di prendersi qualche pausa salutare ogni tanto, per il bene della tartassata e spremuta memoria a breve.
LO STUDIO - Uno studio infatti avverte: trascorrere troppe ore su Fb e simili può compromettere le capacità mnemoniche e causare la perdita di informazioni importanti. Secondo i ricercatori del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma in sostanza in una sessione media di social network un utente è sottoposto a una tale overdose informativa da perdere contenuti importanti del proprio archivio per far posto in qualche modo a una nuova mole di dati spesso inutili. Il problema si manifesta nella memoria a breve termine, che in sostanza con Fb o siti simili si intaserebbe. Come suggerisce Erik Fransen, alla guida dello studio, gli effetti di una vita iperconnessa senza pause fisiologiche potrebbero manifestarsi anche sulle capacità mnemoniche, perché quando il cervello va in pausa in realtà è intento a processare informazioni che stanno alla base della memoria a breve e dunque va lasciato lavorare, senza sovraccaricarlo.

MEMORIA DI LAVORO - Oggi gli psicologi cognitivi preferiscono parlare di working memory (WM) o memoria di lavoro, piuttosto che di memoria a breve termine. Questo modello cognitivo fu teorizzato da Alan Baddeley nel 1990 e prima ancora da Galanter, Miller e Pribrame nel 1960 e prevede un sistema centrale deputato a supervisionare due sistemi sussidiari: il ciclo fonologico, dedicato alle informazioni uditive, e il taccuino visuo-spaziale, impegnato nella rappresentazione dello spazio. La memoria di lavoro però ha due limiti: uno temporale e l’altro quantitativo. In sostanza il tempo per cui un’informazione può essere trattenuta dal sistema cognitivo prima di essere trasferita nella memoria a lungo termine, oppure eliminata e dimenticata, è molto breve (circa venti secondi) e di fronte a questa lotta contro il tempo il cervello è obbligato a una scelta che può risultare stressante. Inoltre la quantità di informazioni che possono essere elaborate dal sistema cognitivo contemporaneamente è fissata in circa 5-9 elementi. Il che significa che nel nostro cervello, tutelato da questa sorta di filtro che protegge il nostro sistema cognitivo, non possono stare tutti i dati su Paola, Franco, Gianni, Luigi, Marina, Serena, ecc.

BASTA QUALCHE PAUSA - Il sistema di funzionamento della memoria a breve ci aiuta a non farci sommergere dagli stimoli sensoriali e dalla mole di input provenienti dall’ambiente esterno, difendendoci. Peccato che la memoria a breve non abbia fatto i conti con Internet e in particolare con i social network, per la quale evidentemente non è troppo portata. La soluzione secondo Fransen e il suo team sta nella moderazione e nel buon senso: Facebook sì, ma nelle giusti dosi, regalando al cervello qualche momento di evasione che, considerato l’incessante e silenzioso lavoro a cui è sottoposto, si merita decisamente.

23 settembre 2013 | 15:27Serena ha cambiato la foto sul proprio profilo, Marina ha condiviso un pensiero di Calvino e Luigi ha fatto amicizia con Franco e Paola i quali hanno postato entrambi un articolo interessante condividendolo con gli amici. Paolo ha firmato una petizione online contro il bracconaggio selvaggio degli elefanti, mentre Sara commenta la foto nuova di Gianni che è in vacanza alle Seychelles con famiglia e spamma tutti dei suoi scatti felici. Povero nostro cervello, quanta roba da smaltire: la memoria a breve termine, diversamente da quella a lungo termine, ha infatti uno spazio molto limitato e ha anche dei limiti temporali. Dunque non si può sovraccaricare perché rischia di andare in tilt. L’avvertimento viene dai ricercatori svedesi che scoraggiano gli utenti dal trascorrere troppo tempo sui social consigliando loro di prendersi qualche pausa salutare ogni tanto, per il bene della tartassata e spremuta memoria a breve.
LO STUDIO - Uno studio infatti avverte: trascorrere troppe ore su Fb e simili può compromettere le capacità mnemoniche e causare la perdita di informazioni importanti. Secondo i ricercatori del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma in sostanza in una sessione media di social network un utente è sottoposto a una tale overdose informativa da perdere contenuti importanti del proprio archivio per far posto in qualche modo a una nuova mole di dati spesso inutili. Il problema si manifesta nella memoria a breve termine, che in sostanza con Fb o siti simili si intaserebbe. Come suggerisce Erik Fransen, alla guida dello studio, gli effetti di una vita iperconnessa senza pause fisiologiche potrebbero manifestarsi anche sulle capacità mnemoniche, perché quando il cervello va in pausa in realtà è intento a processare informazioni che stanno alla base della memoria a breve e dunque va lasciato lavorare, senza sovraccaricarlo.

MEMORIA DI LAVORO - Oggi gli psicologi cognitivi preferiscono parlare di working memory (WM) o memoria di lavoro, piuttosto che di memoria a breve termine. Questo modello cognitivo fu teorizzato da Alan Baddeley nel 1990 e prima ancora da Galanter, Miller e Pribrame nel 1960 e prevede un sistema centrale deputato a supervisionare due sistemi sussidiari: il ciclo fonologico, dedicato alle informazioni uditive, e il taccuino visuo-spaziale, impegnato nella rappresentazione dello spazio. La memoria di lavoro però ha due limiti: uno temporale e l’altro quantitativo. In sostanza il tempo per cui un’informazione può essere trattenuta dal sistema cognitivo prima di essere trasferita nella memoria a lungo termine, oppure eliminata e dimenticata, è molto breve (circa venti secondi) e di fronte a questa lotta contro il tempo il cervello è obbligato a una scelta che può risultare stressante. Inoltre la quantità di informazioni che possono essere elaborate dal sistema cognitivo contemporaneamente è fissata in circa 5-9 elementi. Il che significa che nel nostro cervello, tutelato da questa sorta di filtro che protegge il nostro sistema cognitivo, non possono stare tutti i dati su Paola, Franco, Gianni, Luigi, Marina, Serena, ecc.

BASTA QUALCHE PAUSA - Il sistema di funzionamento della memoria a breve ci aiuta a non farci sommergere dagli stimoli sensoriali e dalla mole di input provenienti dall’ambiente esterno, difendendoci. Peccato che la memoria a breve non abbia fatto i conti con Internet e in particolare con i social network, per la quale evidentemente non è troppo portata. La soluzione secondo Fransen e il suo team sta nella moderazione e nel buon senso: Facebook sì, ma nelle giusti dosi, regalando al cervello qualche momento di evasione che, considerato l’incessante e silenzioso lavoro a cui è sottoposto, si merita decisamente.

23 settembre 2013 | 15:27
http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_settembre_23/social-network-memoria-breve-termine_df7bf268-244f-11e3-952d-4ca9735c4400.shtml


 
 
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