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Fisiologia Esercizio e cervello

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Mantenere attivo il cervello crea protezione dalle malattie degenerative
-
2013

Alzheimer e Parkison fanno paura, tenerli lontani o «rallentarli» è semplice, eppure ancora troppo poche sono le persone che prendono sul serio le raccomandazioni degli specialisti su quei fattori di protezione che possono aiutare a combattere le malattie neurodegenerative. «Lo hanno già dimostrato alcune ricerche e diversi studi su vasti campioni di popolazione tentano di darne ulteriori prove: modificare lo stile di vita può ridurre il rischio di ammalarsi» sottolinea Stefano Cappa, neuroscienziato dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Uno dei temi principali trattati durante la Settimana Mondiale del Cervello, la campagna d’informazione organizzata dalla Società italiana di neurologia, è proprio la «brain reserve», ovvero la nostra riserva cognitiva e cerebrale. Si tratta, in pratica, di preservare la capacità del nostro cervello di mantenere un livello adeguato di funzionamento della mente a fronte di modificazioni fisiologiche (come la perdita di neuroni legata all’invecchiamento normale) o dovute a malattie.
NON SOLO GENI - Se oggi conosciamo bene, e perlopiù tendiamo a mettere in pratica, i modi per mantenere giovane il corpo, il messaggio che deve ora passare è che è possibile ed estremamente importante tenere allenato anche il cervello, sviluppando così quella brain reserve che ci sarà preziosa con l’avanzare degli anni. «Una parte di questa riserva è dovuta a una dotazione genetica, ma appare ormai dimostrato che numerosi fattori di tipo ambientale siano in grado di modificarla, in senso sia positivo che negativo – chiarisce Diego Centonze, professore di Neurologia all’Università Tor Vergata di Roma -. Ad esempio, fattori come l’esercizio fisico, l’alimentazione appropriata, l’attività mentale e i rapporti sociali sono in grado di aumentare questa riserva, rendendoci più resistenti alle malattie neurodegenerative cerebrali». Secondo i dati Istat oggi gli over 65 in Italia rappresentano poco più del 20 della popolazione e sono destinatati ad aumentare, tanto che le stime per il 2043 dicono che saranno più un terzo dei connazionali.

L'INVECCHIAMENTO - E a fronte dell’invecchiamento generale non si possono ignorare i dati resi noti dall’Oms nel 2012: sono circa 35,6 milioni le persone affette da demenza in tutto il mondo e il numero è destinato a raddoppiare nei prossimi 20 anni. In Italia, con 150mila nuovi casi ogni anno, si stima che la demenza colpisca circa un milione di persone e di queste circa 600mila soffrano di Alzheimer. Un’emergenza sociale ed economica, per i costi sanitari che porta con sé, che ha portato il presidente degli Stati Uniti Obama a lanciare il progetto decennale di ricerca Brain Activity Map, con l’ambizioso obiettivo di «mappare» la mente umana com’è stato fatto con il Dna e trovare finalmente una cura per le malattie degenerative finora impossibili da battere come Alzheimer e Parkinson. «Mentre nei laboratori si cercano nuove terapie efficaci, c’è qualcosa che è già oggi alla portata di tutti – dice Cappa -: seguire una dieta mediterranea piuttosto che una ricca di grassi; fare attività fisica regolarmente (almeno tre volte a settimana, anche solo camminare per mezz’ora), stimolare il cervello e non isolarsi: enigmistica, scacchi, carte, giochi, lettura. Così si può ridurre le probabilità di ammalarsi o ritardare l’evoluzione della malattia». E’ semplice, eppure stando alle statistiche Istat siamo sempre più pigri e sovrappeso, inchiodati davanti alla tv, con conseguenze nefaste per la salute. «Bisogna capire che una vita ricca di stimoli intellettuali ed emotivi può migliorare persino la dotazione genetica che ciascuno di noi ha avuto alla nascita – aggiunge Centonze -: alcune persone non si ammaleranno mai di patologie neurodegenerative perché il loro corredo genetico è in grado di riparare i “danni del tempo”.

«PLASTICITA' NEURONALE» - Ma anche chi «parte sfavorito» alla nascita può migliorare. I concetti di «plasticità sinaptica» e «epigenetica» assegnano all’ambiente in cui viviamo un ruolo neanche immaginato in passato. La scoperta della plasticità neuronale ha permesso infatti di comprendere che il cervello è continuamente in trasformazione a causa delle esperienze quotidiane, che lasciano una traccia nei circuiti cerebrali, modificando in modo duraturo l’efficienza della comunicazione tra i neuroni e addirittura l’espressione dei geni, condizionando il comportamento e perfino il rischio di ammalarsi di una data malattia». Tutto ciò, tradotto in esempi pratici, significa che durante l’attività sportiva si rilasciano sostanze che sono in grado sia di rallentare i danni neuronali che portano allo sviluppo di patologie neurodegenerative che di incrementare quella brain reserve a cui poter attingere nel caso ci si ammali (così la malattia evolverà più lentamente e i sintomi saranno meno gravi). Allo stesso modo l’allenamento cerebrale aiuta ad “addestrare” i neuroni sopravvissuti al danno a riparare il danno stesso.

Vera Martinella

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_marzo_15/brain-reserve-cervello_b4a60abe-8be9-11e2-8351-f1dc254821b1.shtml


 
 
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