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Fisiologia Lo stress fa venire i capelli bianchi

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L'esposizione a radiazioni Uv e a sostanze tossiche provoca danni alle cellule staminali dei melanociti



I raggi ultravioletti e le sostanze tossiche invecchiano i capelli, che diventano bianchi perché alcune cellule staminali all'interno dei follicoli subiscono danni a livello del Dna. Come accade nell'invecchiamento di tutte le cellule, la colpa è della “stress genotossico”- causato, appunto, dall'eccessiva esposizione alle radiazioni Uv e X o dall'inquinamento - che nel tempo distrugge le staminali delle cellule pigmentate (melanociti). Lo riporta Cell, che pubblica uno studio dell’Università di Kanazawa, in Giappone.

Lo stress genotossico è un fenomeno frequente nella vita delle cellule. I raggi Uv o le sostanze tossiche sono cause scatenanti che si aggiungono al normale processo metabolico delle cellule. È stato stimato che, nei mammiferi, una singola cellula può contare approssimativamente più di 100.000 danni al Dna in un solo giorno.

Dal momento in cui nasciamo, le cellule staminali all'interno dei follicoli diventano melanociti, mentre altre restano staminali, e accumulano i pigmenti per le future generazioni di capelli. Con il passare del tempo, però, questi precursori dei melanociti scompaiono. Il perché è ora spiegato da Emi Nishimura (attualmente presso la Tokyo Medical and Dental University), che ha condotto il suo studio sui topi. In seguito all’esposizione a raggi X e a chemioterapici, i giovani topi hanno infatti mutato precocemente la colorazione del loro manto da nero a grigio: come riporta la ricercatrice, lo stress ha portato a un deterioramento delle funzioni delle cellule staminali dei melanociti e, di conseguenza, a una improvvisa e totale perdita di queste cellule specializzate.

Le possibili applicazioni di questi studi non interessano solo la prevenzione dell’incanutimento, ma soprattutto il trattamento di gravi patologie, per esempio le forme tumorali come il melanoma, causato proprio dal danneggiamento del Dna dei melanociti. (p.f.)

Riferimento: doi:10.1016/j.cell.2009.03.037
galileonet.it


 
 
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