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Alimentazione Il caffè fa bene al cuore? O no?

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Gli studi sui benefici del caffè nei confronti del sistema cardiovascolare sono controversi




Il caffè? Può far bene al cuore secondo un gruppo di ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma . All'ultimo congresso della Società Europea di Cardiologia a Monaco, gli svedesi hanno presentato dati che faranno piacere a chi ama la bevanda nera: secondo un'indagine condotta su persone ricoverate per un infarto, quanto più caffè si è soliti bere, tanto minore è la mortalità negli otto anni successivi all'attacco cardiaco.

PROTEZIONE – I ricercatori hanno seguito 1369 vittime di un infarto ricoverate a Stoccolma fra il 1992 e il 1994; durante la degenza i pazienti hanno risposto a un questionario che, tra l'altro, indagava anche il consumo di caffè nei dodici mesi precedenti all'attacco cardiaco. Dopo tre mesi dalla dimissione i partecipanti sono stati di nuovo visitati e poi seguiti per 8 anni, durante i quali 289 sono morti. E qui arrivano le sorprese: a confronto con chi beveva al massimo una tazza di caffè al giorno, gli amanti della tazzina registravano una mortalità inversamente proporzionale al caffè bevuto. Come a dire, più se ne beve meglio è. Perché allora fino a qualche tempo fa un bel po' di ricerche parevano giurare che troppo caffè fa male al cuore? Conferma le perplessità Maria Giuseppina Silletta, del Laboratorio di Epidemiologia Clinica delle Malattie Cardiovascolari dell'Istituto Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro: «I risultati sugli effetti del caffè sul sistema cardiovascolare sono controversi, è vero. Molto dipende dal modo in cui vengono condotte queste ricerche: un conto, ad esempio, è fare un'indagine a lungo termine in cui si rischia di attribuire al caffè effetti che dipendono da modifiche nello stile di vita intercorse durante il periodo di osservazione, di cui si deve tenere debito conto; tutt'altra storia è uno studio a breve termine caso-controllo, come quello degli svedesi, in cui si chiede al paziente quanto caffè beveva prima dell'evento (infarto, ictus e così via). In questo caso spesso capita che i pazienti tendano a sottostimare o sovrastimare il consumo sulla base di ciò che sanno: ad esempio, pensando che il caffè faccia male al cuore come si è sostenuto spesso in passato, possono aver riferito un consumo superiore a quello effettivo dando in qualche modo la “colpa” di quanto avvenuto al troppo caffè. Così, se si vanno a guardare gli studi condotti finora, si vede che quelli nel lungo periodo giungono quasi sempre alla conclusione che il caffè non influenza in maniera significativa la salute cardiovascolare; invece i primi studi caso controllo condotti 25 o 30 anni fa hanno dimostrato spesso un effetto negativo del caffè, mentre i più recenti tendono a vederne un'azione protettiva».

COMPONENTI – Un vero caos, si direbbe. Aggravato peraltro dalla natura di questa bevanda tanto amata dagli italiani: «Un altro motivo per la discordanza dei dati è che il caffè non è “standard” e sempre uguale, anzi», spiega Silletta. «L'espresso è ben diverso dal caffè filtrato americano o dal caffè bollito scandinavo: quest'ultimo, ad esempio, non essendo filtrato fa aumentare il colesterolo LDL, perché il filtro trattiene le sostanze iperlipemizzanti contenute nel caffè. E poi i volumi: 4 o 5 tazzine di espresso ammontano a circa 100 ml di caffè, con 4 o 5 tazze di caffè americano si può superare abbondantemente il mezzo litro». C'è dell'altro: con l'utilizzo abituale si diventa tolleranti all'effetto di alcune componenti del caffè, tra cui la caffeina, e quindi il risultato sulla salute generale può cambiare se siamo bevitori occasionali o accaniti. «Un esempio? Sappiamo che il caffè ha un effetto negativo sul metabolismo degli zuccheri, ma nel lungo periodo questo scompare. Tanto che alcune ricerche sono arrivate a dimostrare che bere caffè abitualmente riduce il rischio di diabete di tipo 2», aggiunge Silletta. Che, poco meno di un anno fa, ha pubblicato sulla rivista Circulation un'approfondita analisi su oltre 11 mila persone colpite da infarto, seguite per tre anni e mezzo proprio per capire se i consumi di caffè fossero in qualche modo legati al rischio di ulteriori eventi cardiovascolari. Uno studio accurato, in cui si è tenuto conto del tipo e delle quantità di caffè assunto, delle modifiche delle abitudini nel tempo, dell'eventuale tolleranza. Il risultato? Chi beve caffè “italiano” (il classico espresso insomma) con moderazione non vede salire né scendere il proprio rischio cardiovascolare. E tutto sommato questa sembra la posizione più razionale, considerando il guazzabuglio di dati sull'argomento.

LIMITI - Quante tazzine sono permesse, allora? «L'effetto finale del caffè dipende dal bilancio di un enorme numero di fattori: da com'è preparato il caffè, dalla quantità effettivamente bevuta, dallo stato di salute del soggetto. Troppi elementi perché la risposta alla domanda sia semplice», osserva Silletta. «Il consiglio migliore, quindi, non può che essere non esagerare: fino a 4 tazzine al giorno di espresso non sembrano dare effetti negativi sulla salute cardiovascolare, sia per chi ha avuto un infarto, sia per chi è sano».

Elena Meli
02 dicembre 2008


 
 
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