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Tumori Nella tempesta impariamo a navigare

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Progetti ospedalieri uniscono alla lotta contro il cancro attività come la palestra, il ballo, la montagna, l'agopuntura e il reiki. Nell’ottica di una umanizzazione della medicina, che restituisce al paziente l'identità di individuo.


20/05/2008 - Giuliana Lomazzi



«Ancora 20 anni così», dice una signora anziana. «Che bello la riflessologia, come rilassa!» interviene un’altra. «Lavoro tutto il giorno nella mia vigna» si intromette una terza donna, mentre una quarta afferma: «Abbiamo imparato a volerci bene». È quanto dichiarano Maria Rita, Fulvia, Piera, Antonia e le compagne in una pausa dei loro esercizi ginnici. Fin qui niente di eccezionale, se non fosse che queste signore sono malate di tumore e si sono sottoposte da pochi giorni alla chemioterapia. Ma sono allegre, cariche di energia, ottimiste…Tutto si spiega facilmente facendo qualche passo indietro, fino alla nascita di una coppia di cigni.

Il progetto C.I.G.N.O.
Sono stati due piccoli cigni, ora adulti e maestosi, a dare il nome a questo progetto ideato dalla dottoressa Paola Varese, responsabile U.O. medicina e DH oncologico Asl al presidio ospedaliero di Ovada, responsabile scientifico dell’Associazione Vela e referente scientifico del Favo. Cigno quale immagine di bellezza, quale stereotipo di sofferenza e acronimo di Come Immaginare la Gestione di una Nuova Oncologia. «L’idea è quella di tentare di normalizzare la malattia nell’ambito di un’ottica medica poggiante sulla evidence based medicine, di cui vogliamo sfruttare le conoscenze per favorire una medicina della persona e dimostrare che questa può essere in molti casi superiore all’ipertecnologia», spiega la dottoressa Varese.

In parole povere, questo significa trasformare il malato in un importante tassello della terapia, un individuo di cui occorre ascoltare competenze che solo lui può avere relativamente alla propria persona, alla propria malattia, alla propria storia personale. Il malato come una persona e non come un numero: «Negli altri ospedali, ci chiamano con un numero per rispettare la privacy», spiega Maria Rita. «Qui, ci chiamiamo tutti per nome di battesimo» e, aggiungo io, chiamano per nome anche la dottoressa Varese, che per loro è solo Paola, una persona che li accoglie senza camice in uno studio che sembra piuttosto una stanza di casa, con tanto di quadretti, poesie e foto appesi alle pareti. Uno studio dove tutte le cure vengono somministrate nel pieno rispetto del protocollo medico; dove viene posto l’accento anche sulle relazioni affettive e sociali; dove le persone vengono informate dettagliatamente su tutto ciò che riguarda la malattia e le cure necessarie e viene addirittura stipulato con i pazienti un «Patto di cura»...

La versione completa dell'articolo "Nella tempesta impariamo a navigare" di Giuliana Lomazzi è disponibile sul numero di maggio di Salute è.
aamterranuova.it


 
 
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