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Fitoterapia Cannella, un antibatterico alla corte dei re

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Una pianta da utilizzare ogni giorno

di Laura Lazzaroni



CINNAMOMUM ZEYLANICUM, alias cannella, batte Staphylococcus aureus uno a zero. Disputato nel campo neutrale di un bicchiere di succo di mele, il singolare incontro ha regalato dignità scientifica a una delle tante storie di saggezza domestica, dal titolo: la cannella è buona e brava. Per dirla con le parole del Kansas State University Food Microbiology Group, autore della ricerca: Cinnamomum ha importanti proprietà antisettiche. Tra le sue vittime celebri, anche Escherichia coli e Salmonella typhimurium, patogeni tuttora associati a troppi casi di intossicazione alimentare.



Proprio Salmonella, insieme a Staphylococcus aureus e Yersinia enterocolitica, è stata protagonista dell’esperimento americano. Preparazioni di succo di mele pastorizzato sono state prima trattate con cannella, quindi contaminate con uno dei tre microrganismi. Dopo sette giorni, il risultato: una riduzione cospicua di carica batterica rispetto alla versione “non aromatizzata” della medesima bevanda. Sì, dunque, a un cucchiaino di cannella aggiunto ai pasti, per coniugare gusto e prevenzione antimicrobica: questo il consiglio dell’équipe americana, ora impegnata nello studio delle virtù di aglio, origano, salvia e chiodi di garofano.


Uno sguardo all’erbario

Che le proprietà della cannella andassero ben al di là della soddisfazione papillare, era in parte già noto. È sufficiente dare uno sguardo a un erbario classico, alla voce Cinnamomum e scorrere l’identikit della preziosa pianta. Apprendiamo, così, che la cannella appartiene alla famiglia delle Lauraceae (tra i suoi “fratelli” c’è l’alloro) e che, in lingua olandese, francese, italiana e spagnola, deriva il suo nome dal latino canella, “piccolo tubo, cannuccia” (certo meno esotico dello Swahili “Mdalasini”, del Thailandese “Op cheuy” e del Giapponese “Seiron nikkei”).

A oggi la varietà più apprezzata, per l’aroma particolarmente dolce e delicato, è la Zelanicum originaria di Ceylon, ma fino al Sedicesimo secolo i mercati occidentali furono dominati dal suo alter ego, la cinese Cassia. Le due varietà di cannella, pur diverse nell’uso (l’aroma più forte della Cassia la fa preferire dai maître chocolatiers), condividono alcuni importanti effetti sull’organismo. La polvere o infusione, soprattutto se associata ad altri medicinali, allevierebbe numerosi disturbi gastrointestinali, quali vomito, nausea e diarrea, oltre a dolori mestruali e sintomi parainfluenzali.



E a questo si aggiunge il già citato effetto antisettico. L’olio di Cassia, in particolare, è un potente germicida, ma poco usato a tal scopo dato l’elevato potere irritante. Ulteriori effetti indesiderati si riferiscono nei casi di abuso della sostanza o di ipersensibilità verso i suoi componenti: la cautela è, dunque, indispensabile. Decisamente più gradevole è l’impiego di cannella in ambito alimentare: in scorza o polvere è uno degli elementi base delle cucine di Sri Lanka, India, Marocco ed Etiopia.


Un passato glorioso

Medicinale e ingrediente da cucina: questo, dunque, è la cannella oggi. Ma diverso era il ruolo di Cinnamomum nella società di mille anni orsono. Durante il Medioevo, le classi dominanti ne facevano il simbolo del proprio potere e dell’importanza degli ospiti. Maggiori erano questi, più speziato era il cibo o il vino. Altrettanto diffusa era l’abitudine di servire la cannella a parte, insieme a garofano, noce moscata e zafferano, e di farne dono a re e regine. Dato il costo elevato (dovuto al lungo tragitto dalle Indie all’Europa), infatti, le spezie erano il privilegio di pochi, un vero status symbol. A questo si aggiungeva una componente di suggestione fantasiosa: molti pensavano che zenzero e cannella venissero pescate nel Nilo, e che il fiume stesso distillasse direttamente dal Paradiso. La relativa ignoranza geografica del tempo poteva ben collocare l’Eden da qualche parte in Oriente, immaginando la cannella come tramite tra i due. Cinnamomum faceva dunque sognare, invidiare, gustare.



Ma non solo. Insieme alle altre spezie (pepe in testa), la cannella muoveva l’economia. Venezia era il centro di smistamento di un commercio che partiva dall’Estremo Oriente, per far tappa in Siria ed Egitto. Un motore trainante che, giunto al Quattordicesimo secolo, non poté più soddisfare la crescita di domanda: “colpa” della borghesia, che si era arricchita e puntava ad acquisire le insegne della nobiltà, spezie comprese. La tecnica di trasporto, invece, era quella che era. A questo si aggiunse l’aumento delle dogane, dovuto ai sommovimenti politici in Medio Oriente. Così venne la crisi.


L’era del cioccolato

L’imperativo del Quindicesimo secolo fu, dunque, trovare una via alternativa per il commercio dall’Est; della missione si fecero carico Vasco de Gama e Cristoforo Colombo. Partito alla ricerca di «cristiani e spezie» (come recita il suo giornale di bordo), De Gama riconquistò la “compagnia della cannella” e la mise nelle mani del Portogallo. Ma Colombo scoprì il Nuovo Mondo e nulla fu più come prima. Tornate in auge per un breve periodo, le spezie arrivarono stancamente al Diciassettesimo secolo. Il gusto europeo era cambiato, trionfava l’epoca dei generi coloniali: caffè, tè, cioccolata e zucchero. Uno strapotere che dura tuttora.

Questa, in breve, la storia della cannella, tra fasi alterne di fortuna e disgrazia. Chi pensa di avere letto la storia di una sconfitta dovrà, tuttavia, ricredersi. Morta e risorta più di una volta, la spezia rubra sta lentamente riacquistando una nicchia di stabile importanza nella società moderna. Tutto comincia dalla cucina, of course: ingrediente mai dimenticato dalle maggiori scuole etniche, la cannella è tornata alla grande anche in Europa, dove è gradita in alcune preparazioni dolciarie o laddove si ricerchi un gusto “esotico”. E c’è da giurare che le ultime conferme circa le sue preziose proprietà antibatteriche le regalino nuovo successo. Per chi volesse unire l’utile al dilettevole.

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