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Farmaci Troppi antibiotici in Italia

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L'Italia, con altri paesi latini, è tra i maggiori consumatori di questi medicinali. Un record di cui non andare fieri. Anche perché il loro abuso rende i microbi più resistenti



È una specie di passione, i dati pubblicati sulla rivista medica The Lancet non lasciano dubbi: il Sud Europa, Italia compresa, consuma antibiotici in quantità notevolmente superiore rispetto ai paesi del Nord. Soprattutto all'arrivo delle stagioni influenzali, quando il picco del consumo nei paesi latini sale in maniera talmente rapida da sembrare in gran parte ingiustificato.
Non solo, la resistenza microbica a questi antibatterici è maggiore nei paesi ad alto consumo rispetto agli altri.
Insomma, gli antibiotici da noi risultano sempre meno efficaci.

I ricercatori dell'Università di Anversa, in Belgio, che hanno svolto la nuova ricerca, hanno preso in considerazione una vasta mole di dati provenienti da 26 paesi europei, dal 1997 al 2002.
Confrontando le dosi giornaliere di antibiotici per mille abitanti, un parametro chiamato tecnicamente Did (Daily 1000 inhabitans dose), hanno calcolato che la Francia detiene la maglia nera in Europa con 32,2 Did, seguita dalla Grecia (circa 31) e dal Portogallo (circa 27).

L'Italia è al quinto posto con 26 Did, un dato ben lontano dalle nazioni virtuose dell'Europa del nord, come i Paesi Bassi, che consumano solo 10 dosi giornaliere ogni mille abitanti. Il consumo nella stagione invernale è altissimo nei paesi latini, mentre in quelli del Nord è minore del 25 per cento.
L'uso delle penicilline è risultato più di quattro volte maggiore in Francia rispetto ai Paesi Bassi, e le cefalosporine, antibiotici ad ampio spettro usati per il trattamento di setticemia, polmonite e meningite, vengono prescritte almeno 256 volte di più in Grecia che in Danimarca.

In Italia, le cefalosporine di terza generazione, come il ceftriaxone, indicato per infezioni gravi come polmoniti e meningiti, o il cefixima, autorizzato in Gran Bretagna solo per le infezioni acute, sembrano andare a ruba. Il quinolone, un antibiotico che negli Usa viene spesso somministrato al pollame, è prescritto almeno 20 volte di più in Italia che in Danimarca.

Come diretta conseguenza di questo fenomeno, la resistenza dei batteri agli antibiotici è più significativa nei paesi con maggiore consumo.
È l'ulteriore conferma di un fenomeno prevedibile, e già conosciuto, alla cui origine ci sono i meccanismi di evoluzione dei batteri. Come spiega Antonio Goglio, direttore dell'Unità di microbiologia e virologia degli Ospedali riuniti di Bergamo: «Mutazioni genetiche a livello cromosomico permettono a certi batteri di sopravvivere a un determinato antibiotico e di trasmettere alla generazione successiva il carattere favorevole.
Questa evoluzione microbica verso forme sempre più resistenti è poi accelerata dal ritmo impressionante di moltiplicazione dei batteri: in 24 ore da un singolo batterio se ne originano molti miliardi».
La resistenza agli antibiotici sta diventando un pericolo per la sanità pubblica.

«Tra le cause» ricorda Goglio «non c'è solo l'abuso di questi farmaci, prescritti spesso in assenza di un'infezione batterica, ma anche la somministrazione di classi ad ampio spettro, cioè capaci di combattere più specie batteriche differenti. Sovente accade che un medico prescrive antibiotici per abitudine, per incertezza della diagnosi o, peggio, per mancanza di tempo».

Si tratta in fondo di un fenomeno culturale.
«Che potrebbe essere combattuto» conclude Goglio «con campagne di informazione che mirino a conservare il più a lungo possibile l'efficacia degli antibiotici».

Panorama .it/scienze


 
 
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