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Alimentazione Le intolleranze alimentari

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Febbricola, ansietà o nervosismo, sonno dopo il pasto: e se si trattasse di intolleranze alimentari?  


Di Luciano Rizzo e Marina Piccone


 


La diagnosi d’intolleranza alimentare
può essere fatta solo se i sintomi riferiti spariscono con una dieta
d’eliminazione della sostanza interessata. Inoltre un ricarico di quel
cibo porta nuovamente alla comparsa di quel sintomo o di qualche
cambiamento organico ben documentabile.


Per intolleranza alimentare s’intende
una reazione avversa ad uno o più alimenti, ove, con l’eliminazione
del cibo specifico causa del disturbo, si ottiene in modo chiaro la
scomparsa del sintomo patologico.


 


I sintomi causati dall’introduzione
di un cibo errato possono verificarsi anche 70-90 ore dopo. Talvolta
possono essere difficili da individuare perché alla prima introduzione
il sistema immunitario si sensibilizza e soltanto alla seconda reagisce.
In pratica, mangiando uova il Martedì e successivamente il Giovedì, la
persona ha disturbi intestinali il Venerdì. La domanda tipica che ci si
fa è “Che cosa ho mangiato ieri che mi può aver fatto male?”. Tra
le varie cose vengono in mente le uova, che vengono però scartate perché
uno pensa: “Le ho mangiate martedì e non ho avuto disturbi”.


 


Un altro meccanismo, che può
verificarsi in alcuni casi, è dovuto al fatto che quando s’introduce
un cibo errato il sistema endocrino ha una reazione e quindi si libera
adrenalina in circolo. L’adrenalina alza la pressione e dà una
sensazione di benessere. Per questo ci sono persone che mangiano cibi
cui sono intolleranti più volte il giorno per sentirsi meglio.
Togliendo l’alimento hanno una sindrome da astinenza che dura qualche
giorno. Loro non sanno che è una reazione temporanea, quindi il primo
pensiero è: “Ho tolto quel cibo e sono stato molto peggio quindi lo
reintroduco immediatamente”.


 


Studi scientifici segnalano reazioni
avverse agli alimenti dal 12 al 33% della popolazione secondo lo studio.
Questi dati sono sottostimati perché molti sintomi hanno breve durata e
in uno studio a lungo termine non vengono rilevati. Anche nell’ipotesi
minore si parla di fenomeni che riguardano in Italia 7.000.000 di
persone e nella peggiore delle ipotesi diventano 20 milioni.


 


Importante è differenziare le
intolleranze dalle allergie alimentari. La differenza è in parte
biochimica e in parte sintomatologica. In caso d’allergia si hanno
sintomi molto chiari e immediati e basta una piccola quantità di cibo a
provocarli (eczemi cutanei, gonfiore delle labbra, difficoltà
respiratorie, prurito, asma). Nel caso delle intolleranze abbiamo:
flatulenza, gonfiore addominale, tachicardia, sonnolenza, alito cattivo,
afte, ipersudorazione, mal di testa, nervosismo, ipereccitazione,
pressione alta.


 


A complicare le cose ci sono delle ben
documentate correlazioni tra sistema immunitario intestinale e sistema
nervoso che interagiscono condizionando il reciproco funzionamento. Ciò
significa che lo stesso cibo che in città, quando si è sotto stress,
può causare sintomi, sotto una palma ai Tropici probabilmente non darà
alcun disturbo. In realtà il sistema immunitario ha in ogni caso una
reazione negativa solo che è perfettamente compensata dall’alto
livello energetico del sistema nervoso.  



 


Ma qual è il significato più profondo
delle intolleranze alimentari? Esse non sono altro che segnali di
un’alterata funzionalità del sistema immunitario e degli organi
digestivi. Il medico esperto in medicina naturale sa che dovrà agire
con il suo paziente a due livelli: eliminare i cibi che causano disturbi
e ripristinare la funzionalità digestiva.




 
 
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