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Farmaci Cresce in Italia il consumo di psicofarmaci nel 2004

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Soprattutto tra donne e anziani, in soli tre anni, dal 2000 al 2003, l'uso di questo tipo di farmaci è aumentato del 75 per cento.

Nel corso dell'ultimo anno più del sei per cento della popolazione ha ricevuto la prescrizione di almeno un antidepressivo. Sono questi i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità (Iss) nel corso del convegno "Farmaci e salute mentale" che ha disegnato lo stato dell'arte dell'utilizzo terapeutico degli psicofarmaci e una mappa nazionale e internazionale sul loro consumo.

Dati che sorprendono, ma non allarmano se confrontati con quelli internazionali. "In Italia il consumo generale di psicofarmaci, e quindi di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi, è in linea con la media europea", afferma Giuseppe Traversa, epidemiologo dell'Iss. "Nello specifico i farmaci a base di benzodiazepine, che curano disturbi come l'ansia o l'insonnia e che sono completamente a carico del privato, vengono utilizzati in misura pari circa a una confezione l'anno per ogni italiano". Un dato questo che risulta costante nell'arco dell'ultimo dieci anni. "Anche l'assunzione di antipsicotici", continua Traversa, "pari circa a due confezioni ogni dieci abitanti l'anno, non registra significativi aumenti negli ultimi anni. Diverso il discorso per gli antidepressivi, ai quali ogni anno ricorre una persona su due e il cui consumo, soprattutto negli ultimi tre anni, risulta notevolmente incrementato".

"Un aumento così sensibile", va avanti il ricercatore, "è essenzialmente dovuto a due cause: innanzitutto fino al '99 molti antidepressivi, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina, l'ormone che agisce sull'umore, dovevano essere acquistati completamente a spese del privato. Dal 2000 sono, invece, divenuti a carico del Servizio sanitario nazionale, perciò prescrivibili gratuitamente e rimborsabili. Inoltre nel 2001 sono state abolite le note stabilite dalla Commissione unica del farmaco, che riportavano limitazioni all'uso degli antidepressivi. Perciò nel giro di pochi anni questi farmaci sono diventati, innanzitutto rimborsabili e in secondo luogo senza limitazioni. È chiaro che i due effetti combinati hanno prodotto un allargamento dell'uso".

È indubbio, poi, che le industrie farmaceutiche rivestano un ruolo chiave in questo aumento. Queste influenzano e spingono i medici alla prescrizione di psicofarmaci anche laddove gli effetti collaterali connessi alla loro assunzione superano i benefici terapeutici. "Un risultato reso ancora più facile dal fatto che, quando si parla di salute mentale, i criteri con cui poter stabilire l'esistenza di una patologia sono necessariamente fumosi".

A pagare maggiormente le conseguenze di questo atteggiamento sono le proprio le categorie più deboli, come anziani e bambini. "Soprattutto negli ultimi anni è aumentata la tendenza a trattare i bambini e gli adolescenti come soggetti adulti", afferma lo studioso, "somministrando loro psicofarmaci quando, invece, sarebbe forse più opportuno il trattamento con terapie psico-comportamentali. Di modo che quei fenomeni che la somministrazione di psicofarmaci dovrebbe ridurre si allargano: suicidi, comportamenti aggressivi o autolesionisti, depressione e isolamento sociale".

Il pianeta psico-farmaci, dunque, si "americanizza": "sebbene a farne uso in Italia sia l'uno per cento dell'intera fascia degli adolescenti, contro il due per cento degli Stati Uniti", prosegue Traversa, "è indubbio che attualmente ci si muova lungo una strada che tende alla medicalizzazione del bambino. Sempre più spesso semplici disturbi della personalità vengono scambiati per vere e proprie malattie neuro-psichiche". Il caso dell'Attention deficit hyperactivity disorder (Adhd) in America ne è un esempio. Tristemente nota per aver portato negli ultimi trent'anni all'apertura di scuole differenziali per i bambini più vivaci e disattenti del normale, si tratta di una malattia che oggi si stenta a riconoscere.

Ancora più controversa la terapia farmacologia prescritta, che prevede la somministrazione del Ritalin, un farmaco che agisce con potenti effetti sul sistema nervoso centrale e che è stato incluso dall'Organizzazione mondiale della sanità in una lista di 300 sostanze ritenute pericolose. Il rischio che si corre in tutti questi casi è quello di costringere a stare buoni con una pillola bambini semplicemente "colpevoli" di essere un po' troppo esuberanti e che magari avrebbero solo bisogno di canalizzare in modo appropriato la loro vivacità e vitalità.

David Cohen, uno dei massimi esperti in materia di psicofarmaci e docente presso l'Università internazionale della Florida, intervenuto a termine del convegno ha affermato "il Ritalin negli Stati Uniti viene normalmente somministrato a numerosi bambini 'ritenuti' affetti da Adhd. Ora dopo trent'anni riteniamo che non sia servito assolutamente a niente, ma oramai è entrato nella quotidianità delle famiglie americane, che non ne riescono più a fare a meno". Un'affermazione inquietante, soprattutto se si tiene presente che la maggior parte degli psichiatri dichiara di aver visto al massimo un caso di Adhd in tutta la propria vita.
(galileo.it)


 
 
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