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Squali a Sharm: parola agli esperti
Data: Lunedì, 13 dicembre @ 15:24:39
Argomento Viaggi


In pochi giorni tre turisti russi gravemente feriti e una turista tedesca morta a causa dei morsi.


di Giulia Belardelli | 09 Dicembre 2010 13:55

Gli squali, di solito, non attaccano gli esseri umani: nuotano in profondità, a centinaia di metri dalla riva, e preferiscono prede più piccole. E' opinione di molti che nelle acque di Sharm el Sheikh stia succedendo “qualcosa di strano” e che non possa essersi trattato di una semplice coincidenza. Ieri, le autorità egiziane hanno riaperto alcune spiagge dove la balneazione era stata vietata, mentre prosegue la caccia al “killer”. Con il passare dei giorni, tuttavia, è sempre più improbabile che si riesca a individuare con certezza l'animale responsabile. Per provare ad avere un quadro più chiaro della situazione, Galileo ha intervistato Alessandro De Maddalena, presidente della Società Ittiologica Italiana, curatore della Banca Dati Italiana Squalo Bianco e membro del Gruppo Mediterraneo di Ricerca sugli Squali. De Maddalena era stato contattato, insieme ad altri esperti di squali, dalla Chamber of Diving and Water Sports of Egypt. Dopo aver visionato le fotografie dei morsi, ha fatto le sue ipotesi: ad aver attaccato gli esseri umani sarebbero stati due esemplari di specie diverse, uno dei quali potrebbe aver agito così perché ferito o malato.

Dottor De Maddalena, ci racconti cosa è successo secondo la sua ricostruzione
"Sulla base delle ferite inferte nei primi tre attacchi, penso si sia trattato di due squali diversi. Nel primo caso ho ipotizzato un longimano (Carcharhinus longimanus), mentre l'autore degli altri due attacchi potrebbe essere uno squalo mako dalle pinne corte (Isurus oxyrinchus). Entrambe le specie, ritenute tra le dodici più pericolose al mondo, popolano normalmente le acque del Mar Rosso, insieme a un'altra cinquantina".

E' normale che questi animali si siano avvicinati così tanto a riva?
"Di solito gli squali nuotano in mare aperto o, comunque, a centinaia di metri dalla riva. Nella maggior parte dei casi, ad attrarli vicino alla costa sono gli stessi abitanti che, a scopi turistici, hanno l'abitudine di nutrirli in maniera sconsiderata, così da attirare più sub nella zona. Addirittura, c'è l'abitudine di scaricare gli avanzi delle cucine in mare, nella speranza di aumentare la presenza degli squali durante le immersioni".

Perché le aggressioni agli esseri umani?
"Almeno nel caso dell'esemplare che ha attaccato più volte – il mako, secondo la mia analisi – è possibile che l'animale abbia agito così perché ferito o malato. Di norma gli squali non attaccano gli esseri umani: si indirizzano verso prede più piccole e più veloci. Inoltre, di solito non consumano la loro preda: mordono e scappano via. Dalle fotografie che ho potuto visionare, invece, emerge un'asportazione importante dei tessuti: un modo di mangiare che difficilmente appartiene a uno squalo in buone condizioni di salute".


In questi giorni è partita una vera e propria caccia allo squalo. Cosa ne pensa?
"Le autorità egiziane si stanno cimentando in questa impresa. Il problema, però, è che non è possibile stabilire con certezza se gli esemplari catturati fino a questo momento siano o meno i veri autori degli attacchi. Il mako, infatti, digerisce nel giro di un giorno e mezzo la sua preda. Il longimano ci mette poco di più, circa tre giorni. La speranza di poter dire con certezza “Sì, è stato lui” sembra ancora più vana se si tiene conto di un altro aspetto: spesso gli squali, dopo aver abboccato a un amo, reagiscono rigettando ciò che hanno nello stomaco. Trovarci dentro qualcosa, insomma, non è affatto facile, nemmeno se parliamo di ossa o di altre parti non digeribili".

Qual è, secondo lei, l'atteggiamento più responsabile in una situazione del genere?
"L'unica cosa da fare è aspettare il giudizio di esperti come Ralph Collier e Marie Levine del Global Shark Attack, persone che si sono dedicate allo studio di questo particolare aspetto delle interazioni esseri umani-squali. Nella consapevolezza – lo ribadisco – che più il tempo passa e più è improbabile che si riesca a riconoscere con certezza l'animale. In generale, sarebbe bene che le spiagge rimanessero chiuse per qualche tempo. Questo perché gli squali sviluppano un comportamento noto come filopatria, vale a dire memorizzano le aree in cui si trovano bene - per temperatura dell'acqua, prede e così via - e ci restano o ci ritornano ciclicamente nel giro di settimane, mesi, stagioni. In questo caso, c'è il rischio che lo squalo abbia sviluppato una relazione di filopatria con le acque vicino alla riva".

E' possibile che questi episodi siano il sintomo di un problema più generale?
"Assolutamente. Il mondo scientifico è concorde nel ritenere che gli esseri umani stiano depauperando le risorse del mare. Le prede degli squali stanno diminuendo, e sempre più spesso i pescatori finiscono con il cacciare proprio questi animali. Senza contare lo sviluppo del turismo, con la presenza sempre più massiccia di imbarcazioni e strutture per le immersioni e la pesca subacquea. Purtroppo, incidenti di questo genere sono molto più comuni di quanto si pensi. Il fatto è che spesso non vengono riportati, soprattutto quando si tratta di episodi di scarsa gravità".
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