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Farmaci Gli antidepressivi, deprimono

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In alcuni casi gli antidepressivi, non solo possono rendere più depressi, ma possono causare anche gravi effetti indesiderati come ictus e morte prematura
-
2012

L’uso di antidepressivi per combattere la depressione in alcune persone può provocare un aggravamento della depressione stessa e causare problemi all’apparato digerente e, in alcuni casi, anche ictus o morte prematura . Lo studio
Gli psicofarmaci antidepressivi si assumono proprio per combattere la depressione, se però si rischia di veder addirittura peggiorare i sintomi, e avere in più difficoltà digestive, allora forse c’è qualcosa che non va. Ed è quello che hanno scoperto i ricercatori della canadese McMaster University.

Gli investigatori hanno voluto indagare sugli effetti dei cosiddetti farmaci inibitori selettivi della serotonina o SSRI, che hanno il preciso compito di gestire i livelli di serotonina nel cervello in modo che la persona si “senta bene”. Tuttavia, proprio la gestione della serotonina si può dimostrare un’arma a doppio taglio in quanto questo ormone agisce in aree del cervello e del corpo in modi differenti.
Ciò che i ricercatori guidati dallo professor Paul Andrews hanno scoperto è che livelli di serotonina alterati dai farmaci possono produrre tutta una vasta gamma di effetti indesiderati, anche gravi.
Tra questi si va dai più “semplici” problemi digestivi ai più seri come difficoltà sessuali, aborto spontaneo, ictus e morte prematura negli anziani. «Dobbiamo essere molto più cauti nei confronti dell’uso diffuso di questi farmaci», ha commentato a tale proposito il dottor Andrews.

Dai risultati dello studio, pubblicati su Frontiers In Evolutionary Psychology, si scopre che la ricerca ha suggerito fin dal principio che certi farmaci offrono pochi benefici per la maggior parte delle persone affette da depressione lieve e moderata, mentre offrono un aiuto attivo solo ad alcuni tra i più gravemente depressi. Si parla addirittura di effetti positivi più marcati con l’uso di un placebo.
La chiave di tutto ciò sta proprio nella serotonina e negli effetti che produce la sua alterazione, sottolinea Andrews. E sempre i livelli alterati di questo ormone che possono spiegare il motivo per cui i pazienti possono spesso finiscono per sentirsi ancora più depressi dopo aver terminato un ciclo di cura con i farmaci SSRI.

Secondo Andrews gli antidepressivi SSRI interferiscono con il cervello, lasciando il paziente vulnerabile a una depressione di “rimbalzo” che speso si presenta con intensità ancora maggiore rispetto a prima.
Pertanto, a seguito di una sospensione dai farmaci SSRI «dopo un uso prolungato, il cervello compensa riducendo i livelli di produzione di serotonina – fa notare Andrews – Questo cambia anche il modo in cui i recettori nel cervello rispondono alla serotonina, rendendo il cervello meno sensibile a questa sostanza».
Allo stato attuale, i ricercatori ritengono che detti cambiamenti siano temporanei, tuttavia diversi studi suggeriscono che gli effetti indesiderati possono permanere fino a due anni.

Sebbene i casi di ricaduta non siano esclusivi e ascrivibili soltanto ai farmaci SSRI, ma possono mostrarsi con tutte le classi di farmaci antidepressivi, i ricercatori ritengono che il rischio sia decisamente maggiore con gli SSRI.
Oltre a ciò, i farmaci SSRI possono interferire con tutti i processi fisici che di norma sono regolati dalla serotonina.
Per esempio, la maggior parte di questa sostanza la ritroviamo nell’intestino. Ed è altresì utilizzata per controllare la digestione, formare dei coaguli di sangue nei punti di cicatrizzazione e anche regolare la riproduzione e la crescita. Ecco dunque che un farmaco che interferisce con la serotonina può causare problemi di sviluppo nei bambini, problemi sessuali e nello sviluppo degli spermatozoi negli adulti. Come accennato si possono verificare anche problemi digestivi, stipsi, diarrea, indigestione e gonfiore. Infine, non sono da sottovalutare un possibile sanguinamento anormale ed eventi cardiovascolari come l’ictus nei pazienti anziani, conclude Andrews.
[lm&sdp]
http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/medicina/articolo/lstp/454944/


 
 
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