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Fisiologia Fame e cervello

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Durante i periodi di difficoltà, la natura favorisce i cervelli femminili


SchartzReport 18 gennaio 2009

LiveScience.com

Gli scienziati sanno da molto tempo che i mammiferi di sesso maschile e quelli di sesso femminile reagiscono con modalità diverse alla fame, poiché mentre le cellule maschili tendono a conservare le proteine, quelle femminili tendono a conservare i grassi.

Ma cosa succede nel cervello, quando le cellule hanno bisogno di bruciare in modo efficiente un gruppo complesso di nutrienti? Un nuovo studio sui roditori, il cui funzionamento biologico è ritenuto molto simile a quello degli esseri umani, offre indicazioni in merito.

Il risultato: “Sembra che quando si tratta di mantenere il cervello attivo, la natura consideri le femmine più preziose dei maschi”, ha dichiarato ieri uno dei ricercatori.

Gli studi precedenti, finalizzati a osservare gli effetti della fame sui corpi degli animali, sono stati condotti analizzando i tessuti ricchi di nutrienti come i muscoli, i depositi di grasso e il fegato. Robert Clark e i suoi colleghi del Medical Center dell’Università di Pittsburgh hanno coltivato i neuroni prelevati da ratti e gatti di sesso maschile e femminile in capsule da laboratorio, assoggettandoli a una carenza di sostanze nutritive per oltre 72 ore.

Dopo 24 ore, i neuroni maschili hanno manifestato disfunzioni cellulari piuttosto significative. Un fattore indicativo quale la così detta respirazione cellulare si era ridotta di più del 70% nelle cellule dei maschi, contro il 50% delle cellule delle femmine. I neuroni dei soggetti maschili mostravano visibilmente più segni di autofagia, attraverso la quale una cellula distrugge i suoi componenti meno vitali per utilizzarli come fonte di carburante, mentre i neuroni femminili avevano prodotto una maggiore quantità di gocce lipidiche da utilizzare come riserve di grassi.

I neuroni maschili hanno fondamentalmente mangiato se stessi dall’interno, hanno concluso gli scienziati.

La privazione di sostanze nutrienti “ha causato una morte cellulare più frequentemente nei neuroni maschili che in quelli femminili”, ha scritto il gruppo di Clark sul numero di gennaio del Journal of Biological Chemistry. “Perciò, durante i periodi di carestia, i neuroni dei soggetti di sesso maschile sperimentano più velocemente l’autofagia e muoiono, mentre quelli dei soggetti femminili mobilitano gli acidi adiposi, accumulano i trigliceridi, formano gocce lipidiche e sopravvivono più a lungo.”

La ricerca fa parte di un tentativo più ampio di comprendere come i corpi e i cervelli di vari animali, esseri umani compresi, usino le sostanze nutritive, e cosa accade man mano che invecchiamo. In una delle reazioni forse più inaspettate alla fame, i serpenti a sonagli sono ricorsi alle proprie cellule per reperire nutrienti, ed effettivamente i loro corpi sono cresciuti di più nei periodi in cui il cibo scarseggiava.

Negli ultimi anni, molti studi hanno dimostrato che un modo infallibile per aumentare l’aspettativa di vita tra gli umani consiste nel seguire una dieta rigorosamente ipocalorica, senza ovviamente arrivare alla fame. Uno studio presentato il mese scorso sulla rivista “Neuron” mostra infatti che quando il cervello, man mano che invecchiamo, sperimenta una fame lenta e cronica – come avviene quando, a causa di malattie cardiovascolari che riducono il flusso del sangue, non assorbiamo quantità sufficienti di glucosio – si può innescare un processo biochimico che provoca alcune forme di Alzheimer.

Come per altri studi sulla cultura delle cellule, il risultato della nuova ricerca potrebbe non essere realmente indicativo di ciò che avviene negli animali viventi durante periodi di fame, hanno osservato gli scienziati.

La ricerca è stata finanziata dal National Institutes of Health.

Traduzione a cura di Paola M.

coscienza.org


 
 
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